Descrizione
Il Palazzo Reale di Genova è il più sontuoso dei palazzi di via Balbi: una reggia barocca che ha conservato intatti i suoi interni, con affreschi, stucchi, specchi, mobili e arredi di tre secoli. È uno dei Palazzi dei Rolli patrimonio dell'UNESCO.
Il gioiello è la Galleria degli Specchi, voluta da Gerolamo Durazzo e dipinta da Domenico Parodi, che fonde pittura, scultura e architettura in uno sfoggio di potere e ricchezza degno delle grandi gallerie di Roma e di Versailles.
Tra gli specchi stanno statue romane antiche e quattro marmi di Filippo Parodi, padre di Domenico, ispirati alle Metamorfosi di Ovidio. In fondo c'è il Ratto di Proserpina di Francesco Maria Schiaffino, che rilegge con slancio rococò il celebre gruppo di Bernini.
La volta racconta una piccola lezione morale: Venere, Bacco e Apollo sono i vizi che fecero crollare gli imperi antichi, ricordati nei medaglioni da quattro sovrani caduti. Sul cornicione siedono invece le Virtù, che guidano la famiglia Durazzo, il cui stemma campeggia al centro.
Al piano nobile si attraversano la Sala del Trono, la sala delle Udienze e il Salone da Ballo, rifatti nel 1842 dallo scenografo Michele Canzio per le nozze di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide. Prima ci sono i grandi affreschi del Seicento, come la Fama dei Balbi di Valerio Castello.
Fuori, il giardino pensile guarda il porto. È pavimentato a risseu, il mosaico ligure di ciottoli di mare bianchi e neri, che proviene da un monastero demolito. Lo fece creare, insieme al cortile e ai nuovi scaloni, l'architetto Carlo Fontana nei primi anni del Settecento.
Il palazzo nacque tra il 1643 e il 1650 per i Balbi, la famiglia che costruì l'intera via. Nel 1677 passò ai Durazzo, che allungarono la facciata da trenta a quasi cento metri e vi ospitarono l'imperatore Giuseppe II e Napoleone.
Nel 1824 lo comprarono i Savoia, che ne fecero la loro residenza estiva. Fecero partire per Torino alcuni capolavori della collezione Durazzo, tra cui la Cena in casa di Simone di Veronese, sostituita da una copia nonostante le proteste dei genovesi: la sala si chiama ancora Sala del Veronese.
Nel palazzo c'è anche il Teatro del Falcone, che nel 1763 ospitò Carlo Goldoni: sfondato dalle bombe della guerra, fu ricostruito da capo nel dopoguerra.
Il gioiello è la Galleria degli Specchi, voluta da Gerolamo Durazzo e dipinta da Domenico Parodi, che fonde pittura, scultura e architettura in uno sfoggio di potere e ricchezza degno delle grandi gallerie di Roma e di Versailles.
Tra gli specchi stanno statue romane antiche e quattro marmi di Filippo Parodi, padre di Domenico, ispirati alle Metamorfosi di Ovidio. In fondo c'è il Ratto di Proserpina di Francesco Maria Schiaffino, che rilegge con slancio rococò il celebre gruppo di Bernini.
La volta racconta una piccola lezione morale: Venere, Bacco e Apollo sono i vizi che fecero crollare gli imperi antichi, ricordati nei medaglioni da quattro sovrani caduti. Sul cornicione siedono invece le Virtù, che guidano la famiglia Durazzo, il cui stemma campeggia al centro.
Al piano nobile si attraversano la Sala del Trono, la sala delle Udienze e il Salone da Ballo, rifatti nel 1842 dallo scenografo Michele Canzio per le nozze di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide. Prima ci sono i grandi affreschi del Seicento, come la Fama dei Balbi di Valerio Castello.
Fuori, il giardino pensile guarda il porto. È pavimentato a risseu, il mosaico ligure di ciottoli di mare bianchi e neri, che proviene da un monastero demolito. Lo fece creare, insieme al cortile e ai nuovi scaloni, l'architetto Carlo Fontana nei primi anni del Settecento.
Il palazzo nacque tra il 1643 e il 1650 per i Balbi, la famiglia che costruì l'intera via. Nel 1677 passò ai Durazzo, che allungarono la facciata da trenta a quasi cento metri e vi ospitarono l'imperatore Giuseppe II e Napoleone.
Nel 1824 lo comprarono i Savoia, che ne fecero la loro residenza estiva. Fecero partire per Torino alcuni capolavori della collezione Durazzo, tra cui la Cena in casa di Simone di Veronese, sostituita da una copia nonostante le proteste dei genovesi: la sala si chiama ancora Sala del Veronese.
Nel palazzo c'è anche il Teatro del Falcone, che nel 1763 ospitò Carlo Goldoni: sfondato dalle bombe della guerra, fu ricostruito da capo nel dopoguerra.